Regia:
Sergio Rubini
Titolo originale:
L'uomo nero
Interpreti:
Valeria Golino, Riccardo Scamarcio, Margherita Buy, Sergio Rubini, Anna Falchi, Fabrizio Gifuni, Maurizio Micheli, Vito Signorile
Altri dati:
Nazione: Italia - Anno: 2009 - Genere: Commedia - Durata: 115'
Trama:
Ritornato in Puglia, per dare l'ultimo saluto al padre che sta morendo, Gabriele Rossetti, trascorre la notte nella sua casa d'infanzia e questo fatto gli fa ritornare in mente diversi episodi legati alla sua giovinezza, soprattutto, il difficile rapporto col padre, un capostazione con velleità artistiche e per questo deriso dai suoi compaesani. Solo adesso, da adulto, mentre é intento ad occuparsi del seppellimento del genitore, viene a scoprire un segreto che riguarda il padre e che gli farà vedere sotto tutt'altra luce la figura paterna...
Valutazioni:
Sergio Rubini torna nelle proprie terre e vi colloca una vicenda che, rivista oggi attraverso un lungo flashback, diventa occasione per rimettere insieme frammenti di ricordi e notazioni di diario. Nello snodarsi del racconto, la cronaca diventa via via meno asciutta e rigorosa, per cedere il passo alla memoria: dando così ampio spazio ai sogni, alle delusioni, alla rabbia del piccolo Gabriele e disegnando i controcanti di un dissidio padre/figlio tanto più profondo quanto più volto verso il rispetto reciproco. Cercare i tratti comuni tra la finzione di Gabriele e la realtà dei Sergio Rubini è gioco che il copione autorizza a fare, essendo la narrazione molto legata alla concretezza della terra, dei luoghi, delle tradizioni locali. Lo sguardo dell'attore-regista diventa voglia di capire e capirsi, di fermare sull'immagine momenti belli e brutti ma sempre importantissimi, nel succedersi di storie, epoche, generazioni.
VALUTAZIONE PASTORALE CEI
Gabriele ricorda il genitore Ernesto, un capostazione vestito di scuro con la passione frustrata per l'arte. «Quanti colori vedi?», domanda il capostazione Ernesto Rossetti al figlio. I due viaggiano su un treno che corre verso Bari. Il piccolo Gabriele guarda fuori dal finestrino, e prova a rispondere. C'è il verde, dice, e ci sono il marrone, il giallo. Ma il padre, appassionato di pittura, lo corregge: ci sono il verde, il marrone, il giallo, ma anche il rosso, l'azzurro, l'indaco, il viola, il fucsia... Forse non sono proprio questi i colori che l'uomo riconosce nello splendore assolato della campagna e delle colline. Di certo, però, i suoi occhi vedono la molteplicità cromatica del mondo, e ne distinguono la complessità.
Non a caso, sta portando il figlio in città per mostrargli un autoritratto di Paul Cézanne, del suo Paul Cézanne. Tutto questo è accaduto nel 1967, e ora rivive nella memoria di Gabriele adulto. Tornato in Puglia per la morte del padre, è iniziata per lui la ricerca del tempo perduto.
E autobiografico, almeno in parte, è L'uomo nero, Ferroviere è stato il padre di Rubini. Profondamente sue sono poi le cose, le persone, le immagini quotidiane della provincia pugliese di quarant'anni fa. D'altra parte, il film non si chiude nella memoria di quel che fu. Il tempo perduto è invece l'occasione di un racconto non più solo personale, e del tutto non provinciale. Dopo la morte di Ernesto, dunque, Gabriele ricorda. Il padre rivive così nella pienezza di vita della sua giovinezza, e nella fatica ostinata e sfortunata delle sue ambizioni di pittore. Al suo fianco c'è Franca, costretta a sopportarne le frustrazioni artistiche, ma ancora innamorata. È una moglie del Sud, Franca, di un Sud che non c'è più. È pronta a obbedire e a servire, ed è gelosa. In casa c'è poi il fratello di Franca, Pinuccio, che a Gabriele racconta di amori rubati, e di una vita tutta giocata fuori da ogni responsabilità. È giovane, zio Pinuccio. Ed è simpatico e mascalzone quanto basta per diventare agli occhi del bambino quell'eroe che Ernesto non sa essere. Proprio questo, verso la fine del film, Gabriele giura a se stesso: no, non sarà mai come suo padre. Nascosto sotto un tavolo, mentre Ernesto subisce l'ultima umiliazione – il professor Venusio, saccente e verboso critico di paese, stronca il suo rifacimento dell'autoritratto di Cézanne –, nascosto sotto il tavolo, dunque, Gabriele si vergogna del padre. Ora, quarant'anni dopo, quella vergogna e quel giuramento son messi alla prova della memoria. Chi era davvero Ernesto? Chi erano davvero tutti gli altri, dallo zio Pinuccio al professor Venusio? Scritto dallo stesso Rubini insieme con Domenico Starnone e Carla Cavalluzzi, e recitato come da troppo tempo non accade nel cinema italiano, L'uomo nero è un viaggio insieme profondo e leggero attraverso le ombre policrome del passato Ma è anche un viaggio attraverso l'ipocrisia e la superficialità boriosa di chi, per mestiere, si arroga il diritto di giudicare chi, per passione, tenta le strade complesse e precarie della creazione poetica, si tratti della pittura o si tratti – poniamo – del cinema. Insomma, se Ernesto è il protagonista del film, il professor Venusio ne è l'antagonista. Il sedicente genio della «giovane critica d'arte» fonda nella stroncatura la propria autorità. Per il resto, niente gli interessa di quel che vede. In questo modo si semplifica la vita, e si assicura autorità. Se il mondo è complesso, se i suoi molti colori sfuggono ai presuntuosi di successo, ancora più complessa e più ricca di sfumature cromatiche è un'opera d'arte. Per "giudicarla" occorrerebbero ottimi occhi, e un cuore persino migliore. Troppo, per i critici alla Venusio.
Roberto Escobar - Il Sole-24 Ore, 27 dicembre 2009
Recuperando il realismo sentimentale made in Italy ' 60 (echi del Ferroviere di Germi, ancora stazioni) Rubini firma il suo miglior film di memorie in una Puglia da West barocco.
Maurizio Porro - Il Corriere della Sera, 11 dicembre 2009
I treni, la pittura, la famiglia, la Puglia. Sergio Rubini ha messo in L'uomo nero, suo decimo film da regista, tutte le proprie ossessioni. Le ha frullate in un mix falsamente autobiografico («questa non è la vita che ho avuto, ma forse quella che avrei voluto», ha spiegato) e ha tirato fuori dal cilindro un film personale, sentito, bellissimo. Uno struggente omaggio al padre, capostazione e pittore dilettante, che quando si è rivisto sullo schermo– interpretato dal figlio, da Sergio medesimo – ha chiesto «e quello sarei io?». È raccontando cose «false» che si puó raggiungere la verità. In questo Sergio ha avuto un ottimo maestro: Federico Fellini, che lo scelse per interpretare se stesso in Intervista, uno degli autoritratti piú spudoratamente bugiardi che si siano mai visti al cinema...
Alberto Crespi - L'Unità, 4 dicembre 2009
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