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La custode di mia sorella

Programmazione:
12 aprile 2010 alle 20:45

Biglietti:
Biglietto per la singola proiezione:
€ 4,50
Carta Cineforum:
€ 35,00
valida per 10 proiezioni a scelta all’interno dell’intera rassegna, per un massimo di due ingressi a film.

SCHEDA

Regia:
Nick Cassavetes

Titolo originale:
My Sister's Keeper

Interpreti:
Cameron Diaz, Alec Baldwin, Abigail Breslin, Joan Cusack, Jason Patric, Heather Wahlquist, Nicole Marie Lenz, Thomas Dekker, Sofia Vassilieva, Elizabeth Daily, Evan Ellingson

Altri dati:
Nazione: U.S.A. - Anno: 2009 - Genere: Drammatico - Durata: 109'

Trama:
Anna, una ragazzina di tredici anni, é convinta che i suoi genitori l'abbiano concepita con l'unico scopo di avere una donatrice sana e compatibile per sua sorella malata di leucemia. Dopo aver adempiuto alle numerose richieste per la donazione di cellule staminali, sangue e midollo osseo, Anna, alla richiesta di donare un rene, inaspettatamente porta i suoi genitori in tribunale...

Valutazioni:
All'origine c'è un romanzo, e la derivazione si sente in modo forte e decisivo. Per quanto imperniato su temi forti, tutt'altro che marginali o superficiali, il racconto quasi mai riesce ad essere autentico e realistico. L'accumulo di situazioni disperate e di vite spezzate (oltre al nucleo familiare centrale, c'è l'avvocato epilettico, c'è la giudice che ha perso una figlia in un incidente...) getta lo svolgimento entro confini del melodramma strappalacrime e ricattatorio. Dall'accanimento terapeutico al rapporto genitori-figli, dagli affetti tra i malati, alla dissertazioni sul binomio vita/morte, troppe cose vengono gettate sul tappeto e niente viene approfondito. Portata al diapason, l'emotività diventa didascalismo, lo stile insiste, sottolinea, enfatizza. Incombe un certo qual compiacimento della sofferenza.
VALUTAZIONE PASTORALE CEI

Ci sono film che ti prendono alla gola e non ti mollano più, neanche quanto torni alla luce del sole. Film capaci di puntare dritto al cuore con temi che vanno al nocciolo delle grandi questioni umane: la vita e la morte. Uno di questi è La custode di mia sorella di Niclk Cassavetes, dramma morale tratto dal best seller di Jodi Picoult ispirato a 'una storia vera che molto ha fatto discutere. La vicenda è infatti quella della piccola Anna (Abigail Breslin, già candidata all' Oscar per Little Miss Sunshine), undici anni, messa al mondo dai genitori con un dna opportunamente modificato perché possa fornire «pezzi di ricambio» alla sorella maggiore Kate (la brava e coraggiosa Sofia Wassilieva), malata di una rara forma di leucemia.
Sin dalla nascita Anna dona sangue, cellule staminali, midollo osseo sottoponendo il proprio corpo martoriato da aghi e siringhe a dolorosi trattamenti ospedalieri. Quando le viene chiesto di donare un rene, operazione che cambierà per sempre la sua vita, nel tentativo estremo di regalare ancora un po' di tempo a Kate, ormai condannata a morte, la sorellina si ribella e ricorre a un celebre avvocato per far causa ai genitori e riavere i diritti sul proprio corpo.
Un gesto estremo dietro il quale si nasconde un segreto che non vi sveleremo, ma che dà il via a una profonda riflessione sulle contraddizioni dell'ingegneria genetica, sulla possibilità di guarire da una grave malattia, ma anche dalle profonde ferite di una morte, grande tabù della società di oggi e anche del grande schermo. Dispiace quindi che un film capace di raccontare come la morte non sia una vergogna da evitare a tutti i costi, ma parte della vita di ogni essere umano arrivi nelle sale con un divieto ai minori di 14 anni, una sorte che risparmia invece decine di film violenti e volgari giudicati invece adatti anche al pubblico dei più piccoli. Affidando il racconto ai punti di vista dei diversi personaggi — la madre Cameron Diaz, finalmente in un ruolo maturo, il padre Jason Patrick e i tre figli della coppia — il film mette in scena con grande sensibilità i meccanismi di una famiglia minata da una sciagura ma decisa a combattere unita. Lacrime e risate si mescolano in scene di vita quotidiana dove si può sorridere e innamorarsi anche durante una chemioterapia. Cassavetes non disdegna qualche colpo. basso all'emotività dello spettatore e qualche cliché (come quello del malato terminale che vuole andare al mare), ma rimane abilmente in equilibrio tra le motivazioni e i sentimenti dei personaggi in gioco conducendo lo spettatore verso un finale doloroso e sereno al tempo stesso. La morte di una persona cara non regala a chi l'ha perduta le risposte ai grandi interrogativi della vita. Si muore e basta, dice la piccola Anna, ma, in attesa di ritrovarsi nell'aldilà, il rapporto con la persona scomparsa continua. Ciò che conta insomma non è che colui che amiamo ci abbia lasciato, ma che sia esistito lasciando un segno profondo nella nostra esistenza
Alessandra De Luca - Avvenire, 28 agosto 2009

Lasciando da parte Fellini, sono forse Vittorio De Seta, Elio Petri, Marco Bellocchio, Fabio Carpi, Roberto Faenza e Marco Ferreri i registi italiani il cui lavoro è più legato, direttamente oppure no, alla psicoanalisi freudiana o junghiana, ossia al maggior veicolo di conoscenza, insieme con il marxismo, della realtà contemporanea. Anche se i due strumenti di conoscenza vengono considerati obsoleti, passati di moda, persino ridicoli, restano importantissimi e preziosi: a patto che a pretendere di usarli non siano registi americani. In questo caso, è un disastro: quasi sempre la psicanalisi si trasforma, nelle mani di quegli autori di cinema, in psicologismi polverosi, in idee-citazioni lette chissà dove e quando, in luoghi comuni logori. Soprattutto quando il regista americano è di buona volontà, un uomo fragile prodotto da genitori troppo forti quali Gena Rowlands e John Cassavetes; come Nick Cassaveres, appassionato alle difficoltà dei rapporti umani e alle mutazioni della personalità. Il suo "La custode di mia sorella" racconta d'una ragazzina convinta che i genitori l'abbiano messa al mondo soltanto per far sopravvivere la sorella maggiore, malata di leucemia, costretta a continue operazioni, trapianti, trasfusioni. Con pazienza e dolore, per tentare di curarla, la ragazzina si sottopone a sacrificare il proprio sangue. il proprio midollo spinale, le proprie cellule staminali. Quando le chiedono un rene, pero, agisce diversamente: decide di intentare causa ai genitori per recuperare i diritti sul proprio corpo, agli affetti che le sono dovuti, sulla funzione personale che può avere nella vita. Avrà dodici, tredici anni, troppo pochi per capire le proprie autentiche motivazioni, i veri rancori: ma è la sorella malata a guidarla, a unirsi a lei in una identificazione parziale che diventa totale.
Lietta Tornabuoni - L'Espresso, 3 settembre 2009