Regia:
Maoz Shmulik
Titolo originale:
Levanon
Interpreti:
Oshri Cohen, Zohar Shtrauss, Michael Moshonov, Itay Tiran, Yoav Donat, Reymond Amsalem, Dudu Tassa
Altri dati:
Nazione: Israele - Anno: 2009 - Genere: Drammatico - Durata: 92'
Trama:
Prima guerra del Libano, giugno 1982. Un carro armato e un plotone di paracadutisti vengono inviati a perlustrare una cittadina ostile bombardata dall’aviazione israeliana. Ma i militari perdono il controllo della missione, che si trasforma in una trappola mortale. Quando scende la notte i soldati feriti restano rinchiusi nel centro della città, senza poter comunicare con il comando centrale e circondati dalle truppe d’assalto siriane che avanzano da ogni lato. Gli eroi del film sono una squadra di carristi – Shmulik, l’artigliere, Assi, il comandante, Herzl, l’addetto al caricamento dei fucili, e Yigal, l’autista – quattro ragazzi di vent’anni che azionano una macchina assassina. Non sono coraggiosi eroi di guerra ansiosi di combattere e di sacrificarsi.
Valutazioni:
La prima Guerra del Libano vista dal ventre di un carro armato.
Questo il tema del film di Samuel Maoz. I protagonisti sono quattro giovani di vent’anni.
In Lebanon, il regista Samuel Maoz vuole dimostrare la superficialità con cui alcuni soldati israeliani, del tutto impreparati a situazioni di combattimento vero furono (sono?) gettati in scenari di guerra senza un addestramento degno di questo nome. Il tema vero e proprio è la difficoltà di prendere decisioni rapide e corrette nella concitazione di un’azione militare. Il carro armato è una macchina di morte e di distruzione la cui natura corazzata protegge chi è all’interno dagli attacchi dal mondo interno. Questo mezzo potente è però dotato di un occhio non indifferente che scruta la realtà che lo circonda, uno sguardo che osserva, ma non a senso unico. La guerra, con la sua crudeltà, scruta nel profondo dell’animo dei carristi, offrendo loro scenari di morte, violenza e desolazione. Spesso le vittime del carro armato sembrano osservare direttamente i loro carnefici. E’ un illusione naturalmente, eppure la forza di penetrazione di quello sguardo così lontano e così apparentemente innocuo ha effetti devastanti in cui si rifugia nella falsa protezione di quel ventre di metallo. Grazie a un montaggio sonoro di rara potenza, che da allo spettatore la sensazione di trovarsi davvero nel carro armato, nell’assordante sferragliare di meccanismi, fuoco e vapore, la pellicola di Maoz diventa, nella sua claustrofobia soffocante, una sorta di esperienza totale. Lebanon è anche un impressionante spaccato dei risvolti psicologici
che caratterizzano la violenza imperante da decenni in medio oriente.
Un film dunque duro, nelle immagini, nei dialoghi e nei suoni, tecnicamente inesorabile ed estremamente scorrevole, pur nel suo orrore. Il finale offre un cenno di speranza, apparentemente fuori tono ma in realtà potente nella sua quiete dissonante. Uno dei migliori film di Venezia .
Mauro Corso
Vincitore dell' ultima Mostra di Venezia, Lebanon di Maoz Shmulik è la definitiva dimostrazione che il cinema israeliano si sta affermando come uno dei migliori del mondo: forse il migliore in assoluto di questi anni. È un film implacabile, duro e calcolato al millimetro, ma anche pieno di verità: non ti illustra una tesi, preferisce buttarti in faccia le evidenze. Durante la prima guerra del Libano, nell' estate del 1982, un plotone di paracadutisti e un carro armato devono perlustrare una città bombardata. (..) Quando gli israeliani perdono il controllo della situazione e sono circondati dalle milizia siriane, i carristi si ritrovano in uno spaventoso isolamento. Se il "film di carro armato" è un filone del warmovie ("Belva di guerra"), mai si era visto utilizzo più impressionante della claustrofobia che lo contraddistingue. Con il rumore della ferraglia nelle orecchie, l'eco delle detonazioni più lontano, lo spettatore si sente intrappolato nell'angusto spazio interno del corazzato, condivide l' ottica dei soldati, che è (ecco il segreto stilistico del film) un' ottica monca, limitata a una sola porzione dello spazio circostante, ma che pure permette di vedere le vittime del carro armato osservare loro quattro, i carnefici. Senza mai barare, il film gioca serrato con i nervi del pubblico, al quale è facile identificarsi con quattro giovani dalle belle facce precipitati nell' orrore. Storia di perdite dell' innocenza (di alcuni giovani, di una nazione...), Lebanon è un' opera senza sconti, che non ti lascia per molte ore dopo la visione.
Roberto Nipoti, La Repubblica, 23 ottobre 2009
Com’è la guerra vista dal di dentro? Più della sequenza dello sbarco in Normandia di Salvate il soldato Ryan, più delle trincee di Orizzonti di gloria, il film del regista israeliano che ha vinto il Leone d’oro all’ultima Mostra del cinema di Venezia ci fa provare sulla nostra pelle (e nel nostro stomaco, come un pugno ben assestato) la sensazione di essere al centro dell’inferno, perché è interamente girato dall’interno di un carroarmato che si muove fra i vicoli di una Beirut devastata dalla guerra. Da spettatori, ci troviamo gettati in un tour de force sensoriale che suscita in noi qualcosa di simile al terrore che deve provare un soldato sulla linea del fronte: il buio, il caldo, la claustrofobia. Lebanon racconta una delle più sanguinose guerre contemporanee meglio di Walzer con Bashir, come in Garage Olimpo ci fa percepire il disorientamento sensoriale del prigioniero, come in Apocalypse Now documenta la componente surreale (e l’orrore) di ogni conflitto. Un’esperienza che definire forte è poco, e un punto di vista umano e registico davvero unico nel panorama cinematografico mondiale.
Paola Casella, Europa, 24 ottobre 2009
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